domenica 22 aprile 2018

'U VANGELU 'I SAN FILICI


GESU’ JOCA CULL’AUTRI PICCIRIDDI
Successi ca Gesù, Giuseppi e Maria ristaru in Egittu pi anni e anni doppu ‘a stragi de’ ‘nnuccintuzzi e Gesuzzu jucava cull’autri picciriddi di ddu’ paisi. E di ‘dda strata unn’era ‘a putjia di Giuseppi ‘u Palistinisi passò un sacirdoti d’Osiridi e vitti jucari Nofre Gibuz e Torò cu Gesuzzu Nazzarenu, e ‘i chiamò a parti rimpruvirànnuli, can un si joca cu carusi d’àutra riligioni, ca ‘u diu Osiridi “Gioia dill’occhiu” s’ascura e leva ‘a vista ill’occhi a chiddi ca ci mancanu ‘i rispettu. ‘Ccussì Nofre Gibuz e Torò nun jucaru cchiù ccu’ Gesù. E si fici ‘u tempu ca Gesù, Giuseppi e Maria riturnaru in Palistina a Nazzaretti; e dda’ Giuseppi travagghiava, ‘u figghiu crisceva e Maria ‘i drurijava. Gesuzzu cull’autri carusi jucava, e c’era puru Giuda ‘u figghiu d’u’ fuggiaru, Giuvanni ‘u figghiu do’ tavirnaru e Giacumu ‘u figghiu du’ sciccaru; e ad iddi Maria ‘i chiamava e ci dava ‘u viscottu cco’ meli, chi a Gesuzzu tantu ci piaceva. Jucavanu ‘nyà strata o ‘ntà chiazza i picciriddi, ora a ‘mmucciatedda, ora a latri e vardia, e Giuda sempri vuleva fari ‘a vardia cu tutti i scusi e cu tutti i scaciuni sempri ‘a vardia chi vuleva ‘ffirrari Gesuzzu.  Stortu e prisuntusu era Giuda chi, quannu Gesù ‘mpastava crita e faceva aciduzzi e ci ciusciava ‘i supra e ‘i faceva vulari, ristava maravigghiatu e puru iddu l’avissi vulutu fari; e siccomu nun cci rinisceva si vinnicava chi a Gesuzzu cci ‘i sfasciava e cci ‘i rumpeva manu manu ch’iddu i faceva. Ma Gesù, dopu a prima, ‘a secunna e ‘n’autra vota non ci desi tempu, e appena fattu ‘n aciduzzu cci ciatava e ‘u faceva vulari. E l’aceddi vulavanu ppi l’aria e poi turnavanu e si pusavanu supra ‘a testa i spaddi e supra i manu di Gesù, di Giacumu o di Giuvanni chi battevunu i manu, e mai supra a testa i Giuda ricciutu e sturtuliddu chi vardava ‘ncagnatu. Chi puru iddu l’avissi vulutu fari e avìa ‘nvidia. E cci dissi Gesù: “Pigghia a crita e ‘mpasta puru tu, Giuda… videmu chi fai !” E Giuda ‘mpastò a crita, e inveci d’aciduzzu fici comu un suliceddu, e Gesù cci ciusciò e ddu suliceddu misi l’ali… e vulò ‘na taddarita! Ca Diu Patri dissi: “L’opiri boni di mani santi e ‘a ficara fa fica duci, nun pà ‘u nucipéssicu fari dàttuli”.
  


venerdì 20 aprile 2018

SICILIANANDO Armando Carruba

Vo' 'nvitari 'n amicu? Carni di crastu e ligna di ficu!
(pi la scacione ca 'u castratu havi cchiù ossa ca carni e 'a ligna do' ficu nun è bona pp'arrustiri. Naturali ca 'stu dittu è dittu ppi schirzari, cu' 'nvita 'n veru amicu carni infurnata a tinchité)

giovedì 19 aprile 2018

FILASTROCCA

Giuvanni cacalanni
jetta pirita e fa castagni
li fa a dui a dui
Giuvanni si nni fui
sinni fui ccu na virginedda
e Giuvanni puddicinedda

SICILIANANDO Armando Carruba

Truppica 'u sceccu cu quattru pedi e nun havi a cadiri chiddu ccu dui?

lunedì 16 aprile 2018

PRJIERA DDA' SIRA

Marunnuzza di la scala
Marunnuzza di scala
io mi curcu e idda mi chiama
e mi chiama alla bonura
la Madonna m’assicura.
M’assicura cu lo so mantu
no nomi ro Padri Figliu e Spiritu Santu.

L'EMIGRANTE di Michele Papa


L’uomo del sud,  partito sempre, parte ancora oggi alla disperata, alla ricerca di un lavoro che gli consenta di cambiare la sua esistenza.
Parte,  quasi  sempre  solo,  lasciando la casa, il luogo natio, gli affetti familiari, che costituiscono la vita stessa dell’uomo.
La poesia di MICHELE PAPA, sensibile interprete dei problemi della sua terra, esprime in modo mirabile il pianto e la disperazione dell’emigrante;  una  poesia che sgorga dal profondo dell’animo e che esprime  lo  struggente  desiderio  di  un  miglioramento  sociale e non soltanto per la Sicilia, ma per l’umanità.

L’EMIGRANTE di Michele Papa (da: Unn’è la mafia) 


                                                                     L’EMIGRANTE

                                     Come profumava il pane a casa mia!
                                     Mia madre lo preparava,
                                     con le sue mani.
                                     Lo condiva col sale
                                     e con l’amore
                                     e la speranza.
                                    A colline di creta, gialle,
                                    martoriato dal sole
                                    e dall’arsura,
                                    al suo padrone,
                                    mio padre lo strappava.
                                    Qui le case odorano di carni
                                    e di grasso;        
                                    la gente non veste di nero;
                                    tutto risplende di cromi d’acciaio e di luci.
                                    I bimbi sono biondi
                                    e vanno con le scarpe,
                                    non soffrono il freddo
                                    e la fame.
                                    L’acqua dipinge di verde
                                    le colline e i prati
                                    ed è buono il mio padrone:
                                    mi fa bere con lui
                                    quando s’ubriaca.
                                    Eppure penso sempre
                                    al sole che mi ha tinto la pelle
                                    alla gente del mio paese,
                                    che veste di nero,
                                    al mio pane.
                                    Mia madre lo preparava,
                                    con le sue mani
                                    e lo condiva col sale
                                    e con l’amore
                                    e con la speranza.
                                    Come profumava il pane a casa mia!

                                    MICHELE PAPA               
  

martedì 10 aprile 2018

I RAGAZZI DEL MOLO SAN ANTONIO Armando Carruba


‘O PUZZU ‘NGIGNIERI
Ianuzzu quella mattina , si era messo i calzoni lunghi del fratello per poter sembrare più grande della sua età ed era andato ‘o puzzu ‘ngignieri nella speranza di trovare qualcuno che lo prendesse a lavorare.
I lavoratori della terra che si radunavano in quella piazza sin dalle prime ore del mattino attendendo un cenno che potesse far guadagnare la giornata, ben conoscevano Ianuzzu, e l’avevano a simpatia per la sua disponibilità ora a comperare le sigarette al bar Cannata, ora per l’acquisto del pane e companatico da u zù Stefano.
Una volta effettuato il servizio, il ragazzo ne ricavava una liquirizia o una sigaretta popolare che il buon Ianuzzu, con studiata teatralità, fumava cercando d’imitare  quel giovanotto interprete del film.
A volte grazie all’interessamento di qualcuno effettuava una giornata lavorativa, special modo quando era il tempo della raccolta delle arance e servivano picciotti a rendere disponibili sempre più panari vuoti da dare ai raccoglitori.
Ianuzzu sin da bambino aveva contribuito al magro bilancio familiare di quel nucleo così sfortunato; il padre subì la perdita di entrambe le mani e la deturpazione del viso per l’improvvisa esplosione di una bomba artigianale per la pesca di frodo e il fratello sovente era soggetto ad attacchi epilettici; soltanto la sorella lavorava come cameriera e la madre s’adattava a lavoro di cucito.
Il sole era già alto sulla piazza e Ianuzzu s’accorse di essere rimasto solo con i suoi pensieri; andò ai villini e stette a guardare i ragazzi che giocavano ‘a balata con i soldi.
Le tasche vuote non gli permisero di partecipare al gioco e mentre era intento ad osservare il volo delle monete sulla balata lavica si avvicinò don Salvatore.
Quest’ultimo offrì ai ragazzi la possibilità di guadagnare scaricando un vagone di bottiglie di vino e birra, e s’avviarono per via Francesco Crispi e lì in un deposito cominciarono a scaricare le casse.
Quel vagone sembrava non finire mai malgrado il buon ritmo sostenuto dai ragazzi, le spalle erano sovente graffiate dalle casse e le gambe cominciavano a farsi pesanti, ma alla fine sedettero stanchi sulle cassette contenti che di lì a poco avrebbero incassato la dovuta ricompensa.
I soldi offerti da don Salvatore ai ragazzi erano troppo pochi, ciononostante Ianuzzu per non perderli stese la mano che i compagni fecero abbassare con uno sguardo.
Stettero fermi immobili davanti al magazzino per una quindicina di minuti, infine don Salvatore, su suggerimento del padrone a cui economicamente gli conveniva avvalersi dei ragazzi  per questo tipo di lavoro, aggiunse altri soldi all’offerta e così tutto s’aggiustò, e mentre i ragazzi di corsa ‘o rettifilu a spendere parte del guadagno, Ianuzzu stringendo in mano quei soldi, volò di filato a casa contento di vedere tra poco il volto di mamma illuminarsi di un bel sorriso che a lui dava un’immensa gioia.